Non capisco il senso del buongiorno-buonasera fine a se stesso. Quelle persone con cui ho solo quel superficiale rapporto, subiscono due o tre tentativi di approccio da parte mia; se non vanno a buon fine tolgo pure il saluto. Quando ne parlo con altre persone nella migliore delle ipotesi risulto cafona. Che poi in realtà cafona mi sta anche bene, come discendente di generazioni di contadini. L'associazione mentale a una scena che rivedo spesso mentalmente è immediata.
Salgo la via principale del micropaesino natale di mia madre, nel bellunese. Sono le cinque di sera, uno dei rari orari in cui si è quasi certi di trovare aperta la bottega, quindi incontro diverse persone, almeno tre o quattro. Sani è il saluto lì, tutti lo usano, anch'io. Anche se in realtà non conosco quasi nessuno. Che poi si scopre che siamo cugini come minimo. Sarà solo curiosità ma qui si parla, parlano con me, delle mie origini. Un pezzetto alla volta scopro la storia dei miei nonni paterni, i baccheri, che portavano il vino per il loro bar, con le barche appunto, da Brindisi. Il saluto qui assume tutto un altro significato, è vero, profondo.
Credo sia per questo che mi sento cafona, nel mio intimo.
Abbiamo/ho bisogno di molta autocritica, per compensare l'errore dei miei avi. Dietro la bandiera della ragione, l'occidente si considerava evoluto rispetto alle altre culture, qualcuno ancora adesso. Col risultato che se sto male, non conosco la cura.
Tutte le mie agende, nei primi giorni dell'anno sono piene, alcune comprate apposta per tenere traccia, una sorta di diario, animata da buoni propositi di scrivere. Una settimana, massimo due, poi nel resto dell'anno il nulla. Infatti al posto delle agende ho cominciato a comprare quaderni, dove il tempo lo scandisco io. Invece quest'anno ancora niente, mi sembra che a raccontare quello che mi succede, svanisca la magia di questi giorni, in cui mi sento davvero bene.